“Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni”, è questa la formula attraverso la quale ogni militare ed ogni appartenente alle forze dell’ordine giura fedeltà alla Repubblica italiana. 

Quella fedeltà che vincola tutti gli uomini in divisa a rispettare la Repubblica e le istituzioni che la rappresentano. 

Questo vincolo di fedeltà, di difficile comprensione per  chi non ha avuto la fortuna di pronunciarlo, è un inviolabile patto che lega indissolubilmente chi lo compie all’oggetto dello stesso giuramento, portando  ogni uomo in divisa a compiere spesso enormi sacrifici per non infrangerlo. 

Perchè questa premessa? Perchè a volte proprio la fedeltà verso le istituzioni – e ciò che ne comporta osservarla – porta al più tragico degli eventi tra i servitori della Patria.

Il fenomeno suicidario comincia a destare preoccupazione già qualche anno fa oltralpe a causa del numero elevato di episodi tra i poliziotti francesi(la media dal 2016 è di circa uno ogni sette giorni) ed oggi inizia  a destarla anche nel nostro paese. 

L’osservatorio suicidi in divisa (OSD) tiene il triste conteggio degli episodi che al 6 settembre ha raggiunto già il disarmante  numero di 41 episodi. 

Quarantuno colleghi che hanno deciso di sottrarre fiducia al domani ponendo fine in maniera tragica il loro presente.

Nonostante il numero – impressionante – l’opinione pubblica disconosce questo dato  e verrebbe da chiedersi il perchè. Forse perchè potrebbe dare adito alla comunità da proteggere che gli uomini in divisa sono in fin dei conti solo uomini? Non è dato saperlo e poco importa, quello che al momento andrebbe approfondito è il perchè di questi estremi gesti. 

Per far ciò sarebbe auspicabile l’istituzione di servizi di supporto psicologico più incisivi di quelli attualmente strutturati dai vari comandi questo perchè lo psicologo – per tutti gli appartenenti a qualsivoglia forza di polizia – è visto come quel professionista capace di portare l’individuo se non ad una riforma – e quindi il demansionamento verso i cosiddetti “ruoli civili” – quantomeno ad una stigmatizzazione del richiedente. Cosa significa è presto detto. Chi si rivolge al servizio preposto dalle amministrazioni oltre alla resistenza di affidarsi ad un professionista deve vincere quella di farlo in un contesto poco protetto come il luogo in cui egli stesso lavora. Deve far fronte agli sguardi di una schiera di colleghi e non, che mettono il richiedente in una condizione di sudditanza dovuta proprio al conflitto generato dal bisogno di aiuto e lo stigma di chi viene a conoscenza di quella stessa necessità. Ai più questa sottile riflessione risulterà incomprensibile ma posso assicurare a chi legge che nella mia esperienza di psicologo e psicoterapeuta in formazione ho avuto occasione di conoscere vari appartenenti alle varie forze di polizia ed alle forze dell’ordine che hanno espresso le loro riserve nel rivolgersi al servizio predisposto dai loro stessi comandi. 

Si potrebbe poi dare la possibilità allo psicologo di poter somministrare vari strumenti di assessment destinati alla valutazione dei livelli di stress o sottoporre, in maniera periodica, i vari appartenenti  a questionari redatti al fine di rilevare la presenza di fattori di rischio che potrebbero prevenire il lento isolamento – non sempre palese – dal resto del mondo di chi, col tempo, avvalora sempre di più l’ipotesi di farla finita. In assenza di detti strumenti si può solo supporre il motivo che porta all’estrema scelta, troppo spesso additata come dovuta a generici “problemi personali”. La generalità dell’etichetta cucita post mortem lascia però troppo spazio all’individuazione della motivazione che qualora fosse dovuta a motivi di servizio – ed individuata per tempo – potrebbe portare allo scongiurarsi della formazione dell’idea anticonservativa del soggetto. Assecondando, di fatti, l’idea che ogni individuo sia differente dall’altro restringendo il campo alle scelte che esso compie, la barriera della differenza soggettiva si frantuma miseramente. Chi sceglie di porre fine alla propria vita lo fa perchè non intravede alternativa, viene schiacciato dal peso della responsabilità di non dare credito a quel pensiero ricorrente al quale alla fine si arrende. Ma se la concezione di “farla finita” trova origine nel servizio svolto, si potrebbe attenuare quell’idea intrusiva o addirittura estinguerla? A titolo di cronaca si riporta quanto avvenuto in data 28/4/2019 ovvero del  tentato suicidio di un militare legato ad un trasferimento dello stesso a 300 km dalla propria famiglia. Cosa sarebbe successo se il trasferendo avesse manifestato tutte le riserve correlate a quell’ordine? Si sarebbe potuto procrastinare o si sarebbe potuta trovare un’alternativa? Non è questo il luogo in cui cercare una risposta strettamente correlata al servizio ma quello in cui riflettere su come demolire quella atavica concezione che lo psicologo o lo psicoterapeuta siano “medici dei pazzi” e che la loro attività possa portare alla prematura fine del servizio. Si potrebbero organizzare seminari, convegni a cui invitare il personale, si potrebbero stipulare convenzioni con professionisti per far fronte a richieste di chi ha difficoltà economiche – e nell’esperienza personale con il gioco d’azzardo mi è capitato di avere pazienti che non potessero permettersi un servizio a pagamento -. Questa piccola riflessione condivisa non si pone di certo l’ardito compito di dare una risposta alle numerose domande in esso contenute nè tantomeno l’ambizioso obiettivo di suggerire a chi può realmente intervenire cosa fare ma – come già detto – vuole corroborare le numerose fonti – tra cui il già citato OSD – offrendo il punto di vista di chi ha deciso di dividere la propria realtà professionale tra divisa e camice. 

L’auspicio è quello quindi che oltre che della questione migranti o dei colori degli attuali governi ci si interessi anche al triste fenomeno dei suicidi in divisa perchè un Paese che non riconosce sostegno a chi gli ha giurato fedeltà ed incondizionata lealtà allo stesso è un Paese che infrange quel giuramento.  

R.E.

 DATO FORNITO DAL GRUPPO PUBBLICO FACEBOOK OSSERVATORIO SUICIDI IN DIVISA

  1. 5 gennaio San Vittore polizia penitenziaria;
  2. 10 gennaio Padova polizia di Stato;
  3. 27 gennaio Foggia polizia ferrovia;
  4. 4 febbraio San vittore polizia penitenziaria;
  5. 6 febbraio Campobasso carabinieri;
  6. 5 febbraio Torino caporalmaggiore esercito;
  7. 17 febbraio Sanremo Valle Armenia polizia penitenziaria;
  8. 22 febbraio Cuneo polizia penitenziaria;
  9. 11 marzo Clusone (Bergamo) maresciallo carabinieri (L.L.);
  10. 11 marzo Bergamo polizia locale (F.B.);
  11. 20 marzo Milano (caserma Coretto) Carabiniere;
  12. 28 marzo Chieti polizia;
  13. 29 marzo Caltanissetta polizia;
  14. 4 aprile Firenze polizia;
  15. 9 aprile L’Aquila polizia;
  16. 27 aprile Catanzaro polizia penitenziaria;
  17. 28 aprile Ragusa polizia;
  18. 28 aprile Pisa polizia penitenziaria;
  19. 1 maggio Vigevano finanziere;
  20. 8 maggio Perugia, carabinieri forestale;
  21. 13 maggio Desio polizia;
  22. 27 maggio Gazzanise militare aeronautica;
  23. 5 giugno Chiaromonte (Potenza) carabinieri forestale;
  24. 18 giugno Milano polizia locale;
  25. 20 giugno Imperia carabinieri;
  26. 10 luglio Sardegna polizia penitenziaria;
  27. 30 giugno Marliana (Pistoia) carabiniere forestale;
  28. 6 luglio Foligno carabinieri;
  29. 11 luglio Bologna polizia penitenziaria;
  30. 17 luglio Asti carabinieri;
  31. 29 giugno Trieste polizia ferroviaria;
  32. 11 agosto Follonica carabinieri;
  33. 10 agosto Taranto marina militare;
  34. 15 agosto Palermo polizia;
  35. 15 agosto Pinerolo caporalmaggiore degli alpini;
  36. 17 agosto Brescia carabinieri;
  37. 20 agosto Cremona carabinieri;
  38. 20 agosto Settimo Torinese polizia locale;
  39. 3 settembre Roma polizia;
  40. 5 settembre Foggia carabinieri;
  41. 6 settembre Roma polizia[1].